Eu sou de ninguém
Eu sou de todo mundo
E todo mundo me quer bem
Eu sou de ninguém
Eu sou de todo mundo
E todo mundo è meu também
Io non sono di nessuno
Io sono di tutto il mondo
E tutto il mondo mi vuole bene
Io non sono di nessuno
Io sono di tutto il mondo
E tutto il mondo è anche mio
domenica 13 dicembre 2009
venerdì 4 dicembre 2009
Prospero è il libro più gustoso

Ieri pomeriggio, al Circolo dei lettori di Torino, Prospero e l'esaggelato s'è aggiudicato il titolo di "Libro più gustoso dell'anno" per la sezione Prime pagine, un premio voluto e organizzato dall'associazione Ca dj' Amis di La Morra. Ringrazio tutti quelli che hanno votato per Prospero, davvero tantissimi.
giovedì 3 dicembre 2009
Alza il volume (tre)
Certo che per essere in tre saturano tutti gli spazi. A occhio e a orecchio: un concerto dove mi sarebbe piaciuto andare.
martedì 1 dicembre 2009
Dignità professionale (due)

"La necessità del lavoro ben fatto è così forte da indurre le persone a svolgere anche i compiti più servili in modo impeccabile. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita portandomi cibo di nascosto per sei mesi odiava i tedeschi, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando gli facevano costruire un muro, lui lo faceva dritto e solido, non per obbedienza, ma per dignità professionale."
Intervista a Primo Levi, in Philip Roth, Chiacchiere di bottega, uno scrittore, i suoi colleghi e il loro lavoro, Einaudi, 2004.
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lunedì 23 novembre 2009
Un bicchiere di acqua e anice
Ieri pomeriggio, a Montalto Pavese, c'è stata la premiazione della prima edizione del premio intitolato alla memoria di Marco Custodero (un link cliccando sul titolo di questo post).
Sono molto contento che a vincere sia stato il mio racconto intitolato Seta di guerra.
Montalto era persa nella nebbia ma la cerimonia di premiazione, che di cerimonioso aveva poco, è stata calorosa, commovente e commossa. Seta di guerra è un racconto che ho tenuto a lungo in un cassetto (elettronico), una storia a cui tengo parecchio, una vicenda di famiglia romanzata che parla di sentimenti e ricordi. Dovrebbe essere presto disponibile sul sito del Premio e anche su questo. A differenza della gran parte delle cose che ho scritto, mi smuove sentimenti profondi che non riesco a spiegare del tutto. Ieri, a Montalto, ho sentito che aveva trovato il suo posto. Mi hanno detto che da Montalto si goda di una vista magnifica sui vigneti dell'Oltrepò pavese. Non vedo l'ora di vederli.
mercoledì 11 novembre 2009
Argot
giovedì 29 ottobre 2009
Libri che nutrono
"Cercò senza successo un foglio di giornale per accendere il mucchio di legna che aveva disposto seguendo le regole dei buoni accenditori di camini. Dai rami più piccoli al tronco, il mucchio di legna seguiva un processo piramidale, dal pezzo più leggero a quello più consistente. Ma non c'era la carta.
“Devo leggere più giornali” disse ad alta voce.
Alla fine raggiunse gli scaffali pieni di libri che coprivano l'intera parete della stanza. Esitò un attimo nella scelta ma poi si decise per un libro rettangolare, verde, con tante pagine. Carvalho ne lesse un breve frammento mentre lo portava al supplizio. Era intitolato España como problema ed era stato scritto da un certo Laín Entralgo negli anni in cui si pensava che i problemi della Spagna non fossero altro che la Spagna stessa, considerata come un problema. Mise il libro sotto la legna con le pagine e la rilegatura strappate e mentre vi appiccava il fuoco provò da una parte il rimorso e dall'altra l'impazienza di veder nascere il falò e di trasformare il libro in un mucchio di parole dimenticate. Quando il fuoco diventò un'immagine mobile e calda, Carvalho andò in cucina e allineò i suoi acquisti secondo l'ordine richiesto dall'elaborazione della cena..."
Manuel Vázquez Montalban, Tatuaggio, Feltrinelli, 1991, pag.19.
“Devo leggere più giornali” disse ad alta voce.
Alla fine raggiunse gli scaffali pieni di libri che coprivano l'intera parete della stanza. Esitò un attimo nella scelta ma poi si decise per un libro rettangolare, verde, con tante pagine. Carvalho ne lesse un breve frammento mentre lo portava al supplizio. Era intitolato España como problema ed era stato scritto da un certo Laín Entralgo negli anni in cui si pensava che i problemi della Spagna non fossero altro che la Spagna stessa, considerata come un problema. Mise il libro sotto la legna con le pagine e la rilegatura strappate e mentre vi appiccava il fuoco provò da una parte il rimorso e dall'altra l'impazienza di veder nascere il falò e di trasformare il libro in un mucchio di parole dimenticate. Quando il fuoco diventò un'immagine mobile e calda, Carvalho andò in cucina e allineò i suoi acquisti secondo l'ordine richiesto dall'elaborazione della cena..."
Manuel Vázquez Montalban, Tatuaggio, Feltrinelli, 1991, pag.19.
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Pepe Carvalho, investigatore gourmet, sacrifica libri poco nutrienti per preparare cene nutrienti e squisite. Peraltro, mentre Pepe Carvalho è un personaggio di fantasia (ma chi lo sa...) il libro e l'autore citati esistono davvero.
Bruciare i libri non è mai bello, ma se si deve accendere il fuoco, se mancano i giornali, se il libro fa proprio schifo, se c'è la cena da preparare, se si aspettano ospiti graditi, e se e lo si fa tra le quattro mura, insomma...
martedì 27 ottobre 2009
domenica 25 ottobre 2009
Voi siete qui (sette) Autour sa chambre

"Le colonne d'Ercole erano il pudore dell'antica geografia. Poi, violate quelle, rimase l'Ultima Tule; più tardi, i Poli. Infine, più nulla. L'uomo partiva una volta alla ricerca di un limite, ora introvabile. Non gli restano che i viaggi autour sa chambre, dai quali però raramente si torna."
Ennio Flaiano, Diario notturno, Adelphi, 1994, pag 15.
Immagine dalla Rete: Vincent Van Gogh, Camera ad Arles.
venerdì 23 ottobre 2009
Parole grevi

Successe che le parole s'arresero alla forza di gravità.
Successe all'improvviso, durò poco, ma le conseguenze furono terribili. Peggio di mille guerre scoppiate tutte insieme.
Successe che i morti furono milioni e altri milioni rimarranno traumatizzati per la vita. I danni è inutile provare a contarli.
Successe che le parole uscivano di bocca e cadevano a terra. Nessuno sentiva più niente.
Sui libri le parole, le singole lettere, si staccavano dalla carta e scivolavano piano piano, languide come orologi di Dalì o bianchi d'uovo. Cadendo le lettere facevano un tintinnio, come di cristalli, come il fiato che ghiaccia in posti tipo Nordkapp, per dire.
Molti morirono per una parola non detta, un avvertimento non sentito. Più di tutto si morì perché anche le parole sugli schermi e sugli hard disk si lasciarono andare. Aerei precipitarono, navi affondarono, incendi divorarono città, armi terribili impazzirono. Qualcuno nelle biblioteche morì soffocato sotto ondate di inchiostro rappreso.
Nelle librerie le lettere le scopavano via. Ne riempivano i sacchi neri, gli l'aspirapolvere, con le lacrime agli occhi.
Poi finì. Durò solo qualche ora. Gli esperti – i primi a riprendere a parlare – non avevano spiegazioni ma studiarono i dati e dissero che erano possibili altri fenomeni simili. E cosa altro avrebbero potuto dire?
Adesso s'è ripreso a parlare, molti lo fanno ancora sottovoce, chissà perché. Si scava tra le macerie e le parole cadute sono materiale di risulta. Non bruciano, non sono solubili, qualcuno ha provato a metterle nel cemento ma viene un materiale friabile, inutile. Qualche disperato ha provato a farne minestra ed è finito in ospedale.
Dovremo metterle in discarica, migliaia di anni di letteratura e rotocalchi nell'immondizia.
A me dispiace che non ci siano più libri, mi paiceva tantissimo leggere. Però abbiamo un numero di pagine bianche impressionante. I libri sono diventati quaderni.
Stasera ne ho aperto uno e ho cominciato a scrivere. Non sono uno scrittore, non ho cultura e neanche pratica, però ho una discreta memoria. Dovrete accontentarvi.
Successe all'improvviso, durò poco, ma le conseguenze furono terribili. Peggio di mille guerre scoppiate tutte insieme.
Successe che i morti furono milioni e altri milioni rimarranno traumatizzati per la vita. I danni è inutile provare a contarli.
Successe che le parole uscivano di bocca e cadevano a terra. Nessuno sentiva più niente.
Sui libri le parole, le singole lettere, si staccavano dalla carta e scivolavano piano piano, languide come orologi di Dalì o bianchi d'uovo. Cadendo le lettere facevano un tintinnio, come di cristalli, come il fiato che ghiaccia in posti tipo Nordkapp, per dire.
Molti morirono per una parola non detta, un avvertimento non sentito. Più di tutto si morì perché anche le parole sugli schermi e sugli hard disk si lasciarono andare. Aerei precipitarono, navi affondarono, incendi divorarono città, armi terribili impazzirono. Qualcuno nelle biblioteche morì soffocato sotto ondate di inchiostro rappreso.
Nelle librerie le lettere le scopavano via. Ne riempivano i sacchi neri, gli l'aspirapolvere, con le lacrime agli occhi.
Poi finì. Durò solo qualche ora. Gli esperti – i primi a riprendere a parlare – non avevano spiegazioni ma studiarono i dati e dissero che erano possibili altri fenomeni simili. E cosa altro avrebbero potuto dire?
Adesso s'è ripreso a parlare, molti lo fanno ancora sottovoce, chissà perché. Si scava tra le macerie e le parole cadute sono materiale di risulta. Non bruciano, non sono solubili, qualcuno ha provato a metterle nel cemento ma viene un materiale friabile, inutile. Qualche disperato ha provato a farne minestra ed è finito in ospedale.
Dovremo metterle in discarica, migliaia di anni di letteratura e rotocalchi nell'immondizia.
A me dispiace che non ci siano più libri, mi paiceva tantissimo leggere. Però abbiamo un numero di pagine bianche impressionante. I libri sono diventati quaderni.
Stasera ne ho aperto uno e ho cominciato a scrivere. Non sono uno scrittore, non ho cultura e neanche pratica, però ho una discreta memoria. Dovrete accontentarvi.
martedì 13 ottobre 2009
Voi siete qui (sei) relativismo
“C'è poco da fare, ragazzi miei” disse il capitano Garcìa indicando verso ovest, dall'altro lato del fiume. “Visto come stanno le cose, per la Spagna si va di lì.”
Il sergente Ortega cominciò a protestare, dicendo che era meglio restare indietro e consegnarsi ai russi. Alcuni di noi esitavano ancora, e Garcìa se ne rese conto. Stava per fare notte e ci restava davvero poco tempo per cincischiare. E allora Garcìa prese un fucile, si avvicinò a Ortega e gli spaccò i denti con il calcio.
“Insisto” disse, indicando di nuovo verso l'altro lato del fiume. “In Spagna si va di lì.”
Il sergente Ortega cominciò a protestare, dicendo che era meglio restare indietro e consegnarsi ai russi. Alcuni di noi esitavano ancora, e Garcìa se ne rese conto. Stava per fare notte e ci restava davvero poco tempo per cincischiare. E allora Garcìa prese un fucile, si avvicinò a Ortega e gli spaccò i denti con il calcio.
“Insisto” disse, indicando di nuovo verso l'altro lato del fiume. “In Spagna si va di lì.”
Poi caricò in spalla Ortega, privo di sensi, e ci rimettemmo in marcia.
Arturo Pérez-Reverte, L'ombra dell'aquila, Marco Tropea editore, 2002.
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sabato 10 ottobre 2009
Alice (Castello) nel paese delle meraviglie
E non solo Alice Castello, ma tutta la zona compresa tra le province di Biella e Vercelli sembra che si presti bene a ospitare discariche di ogni genere e "grandi opere" invasive. Il regista Matteo Bellizzi ne ha fatto un documentario che si può vedere a Cinemambiente, domenica 11 ottobre (domani) alle 20.30 al cinema Massimo di Torino, le informazioni le trovate QUI, ecco il trailer:
venerdì 9 ottobre 2009
(Alza il volume) - due
Il pezzo rock perfetto e definitivo (l'avevo già detto? allora mi avete frainteso).
venerdì 2 ottobre 2009
Assenti giustificati
(ogni riferimento a fatti di cronaca non è casuale)
Ex-fidanzata di Jake: Che bugiardo schifoso! Credi di riuscire a cavartela così? Dopo avermi tradito?
Jake:
Ex-fidanzata di Jake: Che bugiardo schifoso! Credi di riuscire a cavartela così? Dopo avermi tradito?
Jake:
martedì 29 settembre 2009
A Vino vo'...

Sabato prossimo infilate le scarpe chiodate e accorrete a Vinovo, non tanto per arrampicarvi sulle inarrivabili vette della satira dei maestri Rasori e Sommacal (e neanche per prenderli a pedate, non si fa) ma perché - tra olio e bava - l'appuntamento si annuncia sdrucciolevole.
Per tutte le informazioni cliccate sull'immagine sopra. Ci si vede!
lunedì 28 settembre 2009
Centro di gravità permanente
"La Stella polare resterà dove si trova per i prossimi ventimila anni, e tutti i naviganti che la contempleranno si sentiranno sollevati dal trovarcela, perché è un bene che qualcosa resti immutabile da qualche parte finché le persone avranno bisogno di tracciare rotte su una carta nautica o sul paesaggio vago di una vita."
Arturo Pérez-Reverte, La carta sferica, Net, 2005.
giovedì 24 settembre 2009
martedì 22 settembre 2009
Meccanismi
"A volte la sera vengo qui anche se non devo regolare gli orologi, solo per guardare la città. Mi piace immaginare che il mondo sia un unico grande meccanismo. Sai, le macchine non hanno pezzi in più. Hanno esattamente il numero e il tipo di pezzi che servono. Così io penso che se il mondo è una grande macchina, io devo essere qui per qualche motivo. E anche tu."
Brian Selznick, La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, Mondadori, 2007. pag. 388.
Brian Selznick, La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, Mondadori, 2007. pag. 388.
sabato 19 settembre 2009
Fulminati
Colpisce davvero il numero di scienziati, uomini politici, ambientalisti che dichiarano di essere stati contro il nucleare ma che hanno cambiato idea. Si erano sbagliati, ora pensano che quella nucleare sia una scelta necessaria a trainare la ripresa, a preservare l'ambiente dall'effetto serra, lasciando allo stesso tempo immutato il nostro alto e sprecone tenore di vita.
E' una bella cosa cambiare idea, è segno di agilità mentale e spesso è frutto di percorsi tortuosi e sofferti, senza contare che sovente richiede coraggio. Una prerogativa del tutto umana.
Se anche le centrali nucleari, le ex-centrali, le scorie e le immondizie nucleari varie avessero la stessa capacità di cambiare idea e magari decidessero di diventare inerti in una manciata di anni invece che secoli o millenni, vivremmo in un mondo molto più vicino all'ideale.
Accidenti, sembra proprio che non sia così.
E' una bella cosa cambiare idea, è segno di agilità mentale e spesso è frutto di percorsi tortuosi e sofferti, senza contare che sovente richiede coraggio. Una prerogativa del tutto umana.
Se anche le centrali nucleari, le ex-centrali, le scorie e le immondizie nucleari varie avessero la stessa capacità di cambiare idea e magari decidessero di diventare inerti in una manciata di anni invece che secoli o millenni, vivremmo in un mondo molto più vicino all'ideale.
Accidenti, sembra proprio che non sia così.
E che le radiazioni hanno la capa tosta.
Cito un esempio preso dalla voce Centrali nucleari di Wikipedia, che di esempi ce ne sarebbero innumerevoli: “Lo smantellamento di una centrale richiede tempi estremamente lunghi e diverse volte superiori al tempo di costruzione e di funzionamento. Ad esempio l'Autorità inglese per il decommissioning ritiene che per il reattore di Calder Hall a Sellafield in Gran Bretagna, chiuso nel 2003, i lavori potranno terminare all'incirca nel 2115, cioè circa 160 anni dall'inaugurazione, avvenuta negli anni '50. Naturalmente deve anche essere trovato un sito atto ad accogliere le scorie ed i materiali provenienti dallo smantellamento.”
Naturalmente. Sempre che non succeda qualcosa prima, naturalmente.
Quando io e questi signori che hanno cambiato idea (e anche gli altri che non l'hanno mai cambiata) saremo sotto terra da decenni, ci saranno persone nate, che ne so, nel 2080 che dovranno occuparsi di smantellare lo schifo radioattivo che abbiamo lasciato loro in eredità. Attenzione: non avranno scelta, nel senso che mentre le scorie puoi caricarle su una nave e affondarla nel Mediterraneo, la centrale di Sellafield (come qualsiasi altra nel mondo, vicino a città e paesi) non potranno far finta che non esista. Ci penseranno spesso quei poveracci e ci porteranno nel loro cuore.
Cito un esempio preso dalla voce Centrali nucleari di Wikipedia, che di esempi ce ne sarebbero innumerevoli: “Lo smantellamento di una centrale richiede tempi estremamente lunghi e diverse volte superiori al tempo di costruzione e di funzionamento. Ad esempio l'Autorità inglese per il decommissioning ritiene che per il reattore di Calder Hall a Sellafield in Gran Bretagna, chiuso nel 2003, i lavori potranno terminare all'incirca nel 2115, cioè circa 160 anni dall'inaugurazione, avvenuta negli anni '50. Naturalmente deve anche essere trovato un sito atto ad accogliere le scorie ed i materiali provenienti dallo smantellamento.”
Naturalmente. Sempre che non succeda qualcosa prima, naturalmente.
Quando io e questi signori che hanno cambiato idea (e anche gli altri che non l'hanno mai cambiata) saremo sotto terra da decenni, ci saranno persone nate, che ne so, nel 2080 che dovranno occuparsi di smantellare lo schifo radioattivo che abbiamo lasciato loro in eredità. Attenzione: non avranno scelta, nel senso che mentre le scorie puoi caricarle su una nave e affondarla nel Mediterraneo, la centrale di Sellafield (come qualsiasi altra nel mondo, vicino a città e paesi) non potranno far finta che non esista. Ci penseranno spesso quei poveracci e ci porteranno nel loro cuore.
Case atomiche
Da piccoli si vedono delle cose che da grandi non si vedono più: le facce nei musi delle auto, ad esempio. Ci sono cose che sarebbero da confinare nel mondo dell'infanzia, rammentarle ogni tanto con un sorriso e lasciarle li.
Io ricordo la copertina di un'enciclopedia, ho provato a cercarla in rete ma non l'ho trovata, forse era Sapere. In copertina c'era un'illustrazione, l'edificio più incredibile che avessi mai visto. Delle grosse sfere tenute insieme da tunnel, tutto in metallo. Pensavo che fosse abitabile e soprattutto abitata, pensavo che sarebbe stato magnifico vivere in un posto simile, avere una stanza da solo nella sfera più alta. Probabilmente pensavo anche che un giorno molti di noi, io compreso, avremmo abitato case fatte in questo modo. Era così fantastica, esotica, lontana che sembrava in un altro universo.
Invece l'aereo degli adulti ci mette poco più di un'ora. Ci sono andato all'Atomium di Bruxelles, sapendo che sarei rimasto deluso. E non tanto perché in Belgio piove spesso e pure quel giorno, neanche perché l'Atomium sia particolarmente brutto - non è poi così brutto - e alla fine è il giusto monumento a un periodo febbrile di atomi. Sapevo che sarei rimasto deluso perché, da adulto, mi figuravo l'angustia delle sfere, il campo visivo limitato degli oblò, la mancanza di spazi abitabili, probabilmente, la tristezza dell'illuminazione artificiale e le scale mobili che rendono tutto supermercato o metrò.
Quello di Bruxelles è così. Però ho anche scoperto che l'Atomium di Sapere, quello dell'illustrazione insomma, non coincide con quello reale ed è rimasto da qualche parte lontana, esotica, fantastica, in qualche universo parallelo e privato.
domenica 13 settembre 2009
Dignità professionale
Io sono un osso duro!
So dominarmi.
Esteriormente non lo davo a vedere, ma erano in gioco il lavoro assiduo di lunghi anni, il riconoscimento del mio talento, tutto il mio futuro.
- Sono un artista zoologo, - dissi.
- Che cosa sa fare? - chiese il direttore.
- Imito le voci degli uccelli.
- Purtroppo, - disse con un cenno di diniego, - è roba fuori moda.
- Ma come? Il tubare della tortora? Lo zirlìo dell’ortolano? Il canto della quaglia? Lo squittire del gabbiano? La melodia dell’allodola?
- Roba vecchia, - disse annoiato il direttore.
Mi fece male. Ma credo di non averlo dato assolutamente a vedere.
- Arrivederci - dissi cortesemente, e volai via dalla finestra aperta.
István Örkény, Novelle da un minuto, Edizioni E/O, 1991, pag. 86.
So dominarmi.
Esteriormente non lo davo a vedere, ma erano in gioco il lavoro assiduo di lunghi anni, il riconoscimento del mio talento, tutto il mio futuro.
- Sono un artista zoologo, - dissi.
- Che cosa sa fare? - chiese il direttore.
- Imito le voci degli uccelli.
- Purtroppo, - disse con un cenno di diniego, - è roba fuori moda.
- Ma come? Il tubare della tortora? Lo zirlìo dell’ortolano? Il canto della quaglia? Lo squittire del gabbiano? La melodia dell’allodola?
- Roba vecchia, - disse annoiato il direttore.
Mi fece male. Ma credo di non averlo dato assolutamente a vedere.
- Arrivederci - dissi cortesemente, e volai via dalla finestra aperta.
István Örkény, Novelle da un minuto, Edizioni E/O, 1991, pag. 86.
sabato 12 settembre 2009
Fight club
“Non ha importanza” dice Tyler. “Se il candidato è giovane gli diciamo che è troppo giovane. Se è grasso, è troppo grasso. Se è vecchio, è troppo vecchio. Se è magro, è troppo magro. Se è bianco, è troppo bianco. Se è nero, è troppo nero.”
E' il modo in cui nei templi buddisti si giudicano i candidati da un fantastilione di anni, dice Tyler. Dici al candidato di andarsene e se la sua volontà è così forte che aspetta all'entrata senza cibo e riparo e incoraggiamento per tre giorni, allora e solo allora può entrare e cominciare l'addestramento.
E' il modo in cui nei templi buddisti si giudicano i candidati da un fantastilione di anni, dice Tyler. Dici al candidato di andarsene e se la sua volontà è così forte che aspetta all'entrata senza cibo e riparo e incoraggiamento per tre giorni, allora e solo allora può entrare e cominciare l'addestramento.
Chuck Palahniuk, Fight club, Oscar Mondadori, 1996, pag. 137.
mercoledì 9 settembre 2009
Elogio dei piedi

Perché reggono l'intero peso
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi
Perché riescono a correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare
Perché portano via
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato
e chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta
Perché sanno saltare
e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono le ali
Perché scalzi sono belli
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli
e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica
Perché sanno giocare con la palla
Perché sanno nuotare
Perché per qualche popolo pratico erano un'unità di misura
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Puskin
Perché gli antichi li amavano
e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro
o ripiegati indietro da un inginocchiatoio
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango
il croccante tip tap, la ruffiana tarantella
Perché non sanno accusare
e non impugnano armi
Perché sono stati crocifissi
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno
viene scrupolo che il bersaglio non meriti l'appoggio
Perché come le capre amano il sale
Perché non hanno fretta di nascere
però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo
contro la morte.
Erri De Luca
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi
Perché riescono a correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare
Perché portano via
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato
e chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta
Perché sanno saltare
e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono le ali
Perché scalzi sono belli
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli
e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica
Perché sanno giocare con la palla
Perché sanno nuotare
Perché per qualche popolo pratico erano un'unità di misura
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Puskin
Perché gli antichi li amavano
e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro
o ripiegati indietro da un inginocchiatoio
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango
il croccante tip tap, la ruffiana tarantella
Perché non sanno accusare
e non impugnano armi
Perché sono stati crocifissi
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno
viene scrupolo che il bersaglio non meriti l'appoggio
Perché come le capre amano il sale
Perché non hanno fretta di nascere
però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo
contro la morte.
Erri De Luca
Per i camminatori, i contadini, i montanari, i ballerini, i calciatori, i praticanti di arti e discipline, per quelli che stanno per compiere un anno e si apprestano a usarli e chi ha meno di un anno e ancora se li gusta, quelli che per un motivo o per l'altro stanno all'impiedi, che corrono, che si fermano di botto, per quelli che stanno per alzarsi e pure quelli che stanno per stendersi, per quelli a cui fanno male. Una poesia bella e utile, perché aiuta a vedere quello che è umile e di solito non si vede, anche se sta sotto (molto) ai nostri occhi.
martedì 1 settembre 2009
Un mistero al confine
"Infatti il mistero, questa bellissima cosa senza della quale la nostra vita sarebbe un totale schifo, si localizza nei posti di frontiera, là dove non si sa bene cosa ci sia davanti. Così nelle città di mare perché il mare di mistero è pieno, così nelle città ai piedi delle montagne perché le montagne sono enigmi personificati".
Dino Buzzati, Cronache terrestri, Mondadori, 1972, pag. 282
Nessun mistero invece dove le frontiere sono solo più segni messi per terra, là dove le montagne e il mare sembrano lontanissimi, dove si sa benissimo cosa c'è davanti e dietro: nel bene e nel male la stessa cosa. Qualche giorno fa sono stato a Baarle Hertog, una città belga in territorio olandese ma che racchiude dentro di sé pezzi di Olanda e i confini di stato dividono persino le case, un posto curioso ma molto poco misterioso...
Dino Buzzati, Cronache terrestri, Mondadori, 1972, pag. 282
Nessun mistero invece dove le frontiere sono solo più segni messi per terra, là dove le montagne e il mare sembrano lontanissimi, dove si sa benissimo cosa c'è davanti e dietro: nel bene e nel male la stessa cosa. Qualche giorno fa sono stato a Baarle Hertog, una città belga in territorio olandese ma che racchiude dentro di sé pezzi di Olanda e i confini di stato dividono persino le case, un posto curioso ma molto poco misterioso...
sabato 11 luglio 2009
Esperti vs dilettanti
“Horrobin sostiene che esistono due tipi di problemi a proposito dei quali viene richiesto il parere degli esperti. Il primo è quello dei problemi che sono già stati risolti. In questi casi l'esperto è colui che sa che esiste la soluzione e conosce i principi generali che l'hanno resa possibile. Per questo è in grado di usare quanto sa per far fronte a una situazione che richiede semplicemente una nuova applicazione di quei principi. Se ad esempio vogliamo costruire un ponte, ci rivolgiamo a una società esperta nella costruzione di ponti, che ne ha già costruiti molti altri
(…) Esistono però molti problemi dei quali non è stata ancora trovata una soluzione, neppure in linea di principio o in via generale (…) E' perciò assurdo e paradossale, dice Horrobin, che anche in questi casi noi ci rivolgiamo ad esperti. Si tratta di un grave errore perché le persone che consultiamo, oltre a non avere in mano alcuna soluzione, hanno tutto l'interesse che il problema non sia risolto. (…) e che “tutto quello che dà soddisfazione a questo tipo di esperti finirebbe immediatamente se fosse trovata una soluzione reale al problema, le idee e le convinzioni di molti di loro verrebbero immediatamente screditate (…) finirebbero gli inviti ai grandi convegni, la carriera si arresterebbe e i finanziamenti si ridurrebbero" (…) L'ovvia conclusione di Horrobin è che bisogna togliere a questo tipo di persone il potere di decidere quali progetti finanziare e in che misura. Ma allora a chi va demandata questa decisione? La risposta di Horrobin è semplice: a coloro che sono realmente interessati alla soluzione dei problemi piuttosto che alla perpetuazione della loro insolubilità”.
Ho fatto spezzatino, e mi scuso, di questo brano di un bel libro di Federico Di Trocchio, che vale la pena leggere per intero: Il genio incompreso, uomini e idee che la scienza non ha capito, Mondadori, 1997, pag. 128 - 129. Citando il professor David Horrobin, Di Trocchio spiega quanto gli esperti siano interessati a rimanere esperti più che risolutori dei problemi, e anche se il pensiero di Horrobin si riferisce e calza alla perfezione l'ambito medico, anche in altri settori la figura dell'esperto condiziona – spesso in maniera conservatrice – le pratiche, le discipline e le arti più disparate. Da meditare, e dove possibile da applicare, mi sembra.
(…) Esistono però molti problemi dei quali non è stata ancora trovata una soluzione, neppure in linea di principio o in via generale (…) E' perciò assurdo e paradossale, dice Horrobin, che anche in questi casi noi ci rivolgiamo ad esperti. Si tratta di un grave errore perché le persone che consultiamo, oltre a non avere in mano alcuna soluzione, hanno tutto l'interesse che il problema non sia risolto. (…) e che “tutto quello che dà soddisfazione a questo tipo di esperti finirebbe immediatamente se fosse trovata una soluzione reale al problema, le idee e le convinzioni di molti di loro verrebbero immediatamente screditate (…) finirebbero gli inviti ai grandi convegni, la carriera si arresterebbe e i finanziamenti si ridurrebbero" (…) L'ovvia conclusione di Horrobin è che bisogna togliere a questo tipo di persone il potere di decidere quali progetti finanziare e in che misura. Ma allora a chi va demandata questa decisione? La risposta di Horrobin è semplice: a coloro che sono realmente interessati alla soluzione dei problemi piuttosto che alla perpetuazione della loro insolubilità”.
Ho fatto spezzatino, e mi scuso, di questo brano di un bel libro di Federico Di Trocchio, che vale la pena leggere per intero: Il genio incompreso, uomini e idee che la scienza non ha capito, Mondadori, 1997, pag. 128 - 129. Citando il professor David Horrobin, Di Trocchio spiega quanto gli esperti siano interessati a rimanere esperti più che risolutori dei problemi, e anche se il pensiero di Horrobin si riferisce e calza alla perfezione l'ambito medico, anche in altri settori la figura dell'esperto condiziona – spesso in maniera conservatrice – le pratiche, le discipline e le arti più disparate. Da meditare, e dove possibile da applicare, mi sembra.
martedì 7 luglio 2009
Vatti a fidare dei bambini dai capelli verdi
Sembrava che sulla Terra non ci fosse posto per il bambino dai capelli verdi.
“Vai via” gli dicevano gli adulti, oppure “torna a casa tua!” senza sapere dove fosse la casa del bambino, o se addirittura ce l'avesse una casa.
I bambini ascoltavano gli adulti, provavano a imitare le loro facce e anche loro gli dicevano: “Vai a giocare più in là, qui non ti vogliamo”.
Il bambino dai capelli verdi si spostava sempre più in là, ogni giorno da qualche altra parte finché sulla Terra non ci fu più un qui dove stare né un là dove andare.
Allora il bambino dai capelli verdi uscì dalla Terra e volò nello spazio nero e profondo, dove non c'era nessun adulto né bambino, né un qui né un là,
Mentre si allontanava la Terra diventava sempre più piccola, come un'anguria, come un'arancia, come un'albicocca, come una ciliegia.
Era così piccola la Terra che il bambino dai capelli verdi poteva tenerla tra il dito pollice e l'indice della mano destra.
Infatti la tenne lì per un po'. Poi la schiacciò.
domenica 28 giugno 2009
La conquista dell'inutile
“Un uomo più giovane degli altri, con un'aria intelligente e i capelli lunghi, mi ha chiesto se filmare o essere ripresi potesse provocare danni, uccidere le persone. In cuor mio la risposta era sì, ma gli ho detto di no.”
Werner Herzog, La conquista dell'inutile, Mondadori, 2007
Il diario delle riprese del film Fitzcarraldo, una cronaca eccentrica, ipnotica, surreale: in mezzo all'Amazzonia peruviana, con una nave che si arrampica su una collina, ipervitalità e putrefazione, illuminazioni, nuvole di insetti e ragni grossi quanto un pugno. In scena entrano ed escono grandi e piccoli personaggi: il medico giapponese che opera se stesso di appendicite, Mick Jagger e Claudia Cardinale, Klaus Kinski furioso. A suo modo un grande libro.
venerdì 26 giugno 2009
V.E.R.D.I.
lunedì 22 giugno 2009
Voi siete qui (cinque) Sottosopra
"In nuova Zelanda, nei negozi di souvenir, vendono una mappa del mondo molto particolare. Una mappa che rivoluziona il nostro modo di vedere le cose, perché i paesi sono rovesciati rispetto a come siamo abituati a vederli e a vederci. La Nuova Zelanda non è più all'estrema periferia del mondo, in direzione sud-est. Bensì si trova in alto, al centro, nel punto in cui di solito troviamo la costa settentrionale della Russia orientale. Insomma questo paese agli antipodi esatti dell'Italia, nella mappa in questione rappresenta la punta nord di un mondo rovesciato, messo sottosopra (...) Come dire che, nell'immensità del cosmo, è impossibile distinguere un sopra e un sotto, la destra e la sinistra. Tutto è contemporaneamente sopra e sotto qualcos'altro, alla sua sinistra e alla sua destra. Come dire che anche la cartografia può essere un gioco di potere: un modo per porre al centro se stessi..."
Dall'introduzione a Sottosopra, scrittori contemporanei del Sud Pacifico, a cura di Simone Garzella, Edizioni Robin, 2006.
sabato 20 giugno 2009
Come scrivere una biografia.
Non lo so come si scrive una biografia. Ne leggo una, cerco di farmene un'idea, prendo appunti, eccoli qua:
- Cenni sulla storia contemporanea al personaggio. Citare episodi notevoli e/o curiosi, che in qualche maniera si accordino con il carattere del personaggio.
- Citazioni tratte dalla letteratura e le arti del periodo. Li si può pure utilizzare, ingannando per un momento il lettore, fingendo che quelle parole siano state scritte dal personaggio stesso.
- Racconto in terza persona e interventi (sommessi) dell’autore in prima persona. La quarta persona è pure utilizzata quando si chiede un’implicita collaborazione del lettore.
- Le citazioni e la documentazione in genere devono essere accurate e rigorose. Ma c'è anche spazio, opportunamente sottolineati, per i sentito dire e i pettegolezzi.
- Vita privata del personaggio, in parallelo (e qualche volta in opposizione) alla vita pubblica.
- Individuare dei momenti chiave: un’ora, un giorno particolare, delle parole, delle azioni. Non importa che siano “vere” o letterali, in mancanza di documenti o testimoni che attestino il fatto si può dichiarare la presunta verosimiglianza dell’accaduto così come la stiamo descrivendo.
- Descrizione degli stati d’animo del personaggio, sempre con garbo e senza esagerare, soprattutto se sono molto lontani nel tempo.
- Descrizione dei luoghi e dei toponimi e confronto con quelli attuali.
. Cogliere i risvolti ironici, comici, ridicoli, di una persona e del suo carattere. Fare una summa (una frase, un aggettivo) per descrivere un’esistenza.
- Le storie dei comprimari: amici, parenti, colleghi, congiunti, siano essi amici o nemici. Creare nel testo uno sviluppo narrativo delle loro vicende: come appaiono, cosa fanno, come se ne vanno.
- Citazioni tratte dalla letteratura e le arti del periodo. Li si può pure utilizzare, ingannando per un momento il lettore, fingendo che quelle parole siano state scritte dal personaggio stesso.
- Racconto in terza persona e interventi (sommessi) dell’autore in prima persona. La quarta persona è pure utilizzata quando si chiede un’implicita collaborazione del lettore.
- Le citazioni e la documentazione in genere devono essere accurate e rigorose. Ma c'è anche spazio, opportunamente sottolineati, per i sentito dire e i pettegolezzi.
- Vita privata del personaggio, in parallelo (e qualche volta in opposizione) alla vita pubblica.
- Individuare dei momenti chiave: un’ora, un giorno particolare, delle parole, delle azioni. Non importa che siano “vere” o letterali, in mancanza di documenti o testimoni che attestino il fatto si può dichiarare la presunta verosimiglianza dell’accaduto così come la stiamo descrivendo.
- Descrizione degli stati d’animo del personaggio, sempre con garbo e senza esagerare, soprattutto se sono molto lontani nel tempo.
- Descrizione dei luoghi e dei toponimi e confronto con quelli attuali.
. Cogliere i risvolti ironici, comici, ridicoli, di una persona e del suo carattere. Fare una summa (una frase, un aggettivo) per descrivere un’esistenza.
- Le storie dei comprimari: amici, parenti, colleghi, congiunti, siano essi amici o nemici. Creare nel testo uno sviluppo narrativo delle loro vicende: come appaiono, cosa fanno, come se ne vanno.
lunedì 1 giugno 2009
Invitte vette

"Mi ricordo che una sera parlavamo di leggende relative alle montagne. Mi sembrava, dicevo, che l'alta montagna fosse molto più povera di leggende del mare, per esempio, o della foresta. Karl spiegava questo a modo suo: - In alta montagna non c'è posto per il fantastico, perché la realtà vi è di per se stessa meravigliosa, più di qualsiasi cosa l'uomo possa immaginare. E' possibile fantasticare di gnomi, giganti, idre, catoblepi tali da rivaleggiare in potenza con un ghiacciaio, con il più piccolo ghiacciaio? Perché i ghiacciai sono esseri viventi, in quanto la loro materia si rinnova con un processo periodico in una forma quasi permanente. Il ghiacciaio è un essere organizzato: con una testa che è il suo nevaio, con cui bruca la neve e ingoia dei frammenti di roccia, poi un enorme ventre in cui si compie la trasformazione della neve in ghiaccio, ventre inciso da profondi crepacci e da solchi, canali escretori dell'acqua superflua; e nella sua parte inferiore rigetta, sotto forma di morena, i rifiuti del proprio nutrimento. La sua vita è ritmata dalle stagioni. D'inverno dorme e in primavera si risveglia, con scoppi e scricchiolii. Vi sono persino dei ghiacciai che si riproducono secondo dei processi che non sono certo più primitivi di quelli degli esseri unicellulari, sia per congiunzione e fusione sia per scissione..."
René Daumal, Il monte analogo, Adelphi, 1968, pag 76-77.
Illustrazione dalla rete.
giovedì 14 maggio 2009
Staffetta di scrittura - Viaggio in Italia
Ho partecipato a una staffetta di scrittura tra alcune scuole elementari di Torino, Firenze, Salerno e una scuola di lingua italiana di Madrid. Il mio compito era facile, scrivere un incipit su cui poi gli allievi, con l'apporto dei loro insegnanti, avrebbero scritto la storia. Il tema era Viaggio in Italia, che mi ha fatto venire in mente Goethe, e se il sommo poeta tedesco "scese" nella Penisola, ho pensato a un altro tedesco che invece la risalisse, dalla Sicilia alle Alpi, e visto che chi scrive è spesso crudele, a fare tutti quei chilometri ho scelto un cane (è una storia per bambini, che il sommo mi perdoni) dal grande coraggio e fierezza ma dalle gambette corte: un bassotto di nome Fritz. Nel suo viaggio verso la magione della Foresta Nera dove abitano i suoi padroni marchesi, incontra animali e persone di tutte le fatte e perde un po' della sua patina snob.
I ragazzi della scuola "Falletti" di Torino ne hanno tratto un breve filmato in animazione, eccolo qua:
I ragazzi della scuola "Falletti" di Torino ne hanno tratto un breve filmato in animazione, eccolo qua:
martedì 12 maggio 2009
Voi siete qui (quattro) Proprioquà e Quisipuò

"Lupetto ha undici anni, i capelli alla Giovanna D'Arco. vestiti un po' sghembi e una riga di necrologio sulle unghie. Porta al fianco un pallone bianco di modello Zico che ogni tanto fa rimbalzare nel silenzio del pomeriggio.
A questo suono subito sbucano dalle finestre parti superiori di omacci irati urlando:
"Proprio qua devi venire a giocare?"
Da ciò Lupetto ha derivato una personale mappa del mondo. Un gigantesco unico continente, il Proprioquà, terra degli Uomini Sporgenti, da cui lui è escluso e da cui in eterno deve fuggire verso una piccola isola, il Quisipuò, dove forse non arriverà mai."
Stefano Benni, Comici, spaventati, guerrieri, Feltrinelli, 1986, pag 17.
martedì 28 aprile 2009
Cosa sappiamo della guerra (sei) storia zen
"I bambini di Tacoma, Washington, andarono in guerra nel dicembre del 1941. Gli era parsa la cosa più giusta da fare, e avevano seguito le orme dei loro genitori e di altri adulti che si comportavano come se sapessero ciò che stava accadendo.
- Ricordatevi di Pearl Harbor! - dicevano.
- Ci potete giurare! - rispondevamo noi.
Io ero un bambino a quel tempo, anche se adesso ho tutt'altro aspetto. C'era la guerra a Tacoma. I bambini sono capaci di uccidere nemici immaginari allo stesso modo in cui gli adulti sono capaci di uccidere i nemici veri. I bambini considerano la guerra dal punto di vista della carneficina totale.
Io ho affondato 987 navi da guerra, 532 portaerei, 799 incrociatori, 2007 cacciatorpediniere e 161 navi trasporto. Le navi trasporto non erano un bersaglio molto interessante: non c'era granché da divertirsi. (...) Ho abbattuto 8942 aeroplani da combattimento, 6420 bombardieri e 51 dirigibili. Ho abbattuto la maggior parte dei dirigibili quando la guerra era ancora all'inizio. Più tardi, nel corso del 1943, smisi del tutto di abbattere i dirigibili. Troppo lenti.
Ho distrutto anche 1281 cisterne, 777 ponti e 109 raffinerie di petrolio, perché ero certo che fosse in nostro diritto.
- Ricordatevi di Pearl Harbor! - dicevano.
- Ci potete giurare! - rispondevamo noi."
- Ci potete giurare! - rispondevamo noi."
Richard Brautigan, 102 racconti zen, Einaudi, 1999, pag. 24
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venerdì 24 aprile 2009
Come scrivere un romanzo condensato
Innanzitutto bisogna scrivere un romanzo per intero... poi si può copiare e incollare l'intero file in un sito che si chiama Wordle e vedere cosa succede. L'ho fatto con L'odore di Pepenero - una sessantina di cartelle, circa - e il risultato è qua sopra (cliccando sull'immagine si apre una finestra pù grande sul sito Wordle). L'estremo riassunto, forse un po' meccanico, del testo. Ma qualcosa si capisce e qualcos'altro si intuisce. La parola Pepenero è quella che compare di più, per questo è la più grande, le altre sono più piccole in proporzione, almeno così mi sembra di avere capito. Si possono comporre testi più brevi e mirati e variare layout, caratteri e colori.
mercoledì 22 aprile 2009
Cadere (due)
Cadere, dal dizionario: finire a terra, precipitare, crollare, finire, essere rovesciato, venir meno, morire in guerra o sul lavoro; muoversi non intenzionalmente, spesso rapidamente, verso il basso, per mancanza di sostegno o equilibrio. Figurato: cadere in miseria, in tentazione, in disgrazia, in rovina; cadere dalle nuvole...
Tutte cose non troppo piacevoli, alcune disastrose. Eppure ci sono maniere delicate, eleganti di cadere, senza danni, come sanno fare i gatti e i bambini. E anche chi si ricorda di esserlo stato, e prova a muoversi alla stessa maniera.
Un video per fare un po' di pratica...
Tutte cose non troppo piacevoli, alcune disastrose. Eppure ci sono maniere delicate, eleganti di cadere, senza danni, come sanno fare i gatti e i bambini. E anche chi si ricorda di esserlo stato, e prova a muoversi alla stessa maniera.
Un video per fare un po' di pratica...
venerdì 17 aprile 2009
Corsi e ricorsi d'acque

"Ho contemplato per due giorni di seguito il Rio delle Amazzoni, che in questo punto è talmente largo che non si riesce a vedere la riva opposta, e mi sono sentito confuso perché l'acqua scorre nella direzione contraria, e all'inizio ho pensato di aver perduto l'orientamento, finché ho capito che è il risultato dell'azione della marea: qui il Rio delle Amazzoni scorre sia in avanti che all'indietro".
Werner Herzog, La conquista dell'inutile, Mondadori, 2007, pag 114.
mercoledì 8 aprile 2009
Cosa sappiamo della guerra (cinque) macerie e croci
San Martino del Carso
Valloncello dell’Albero Isolato il 27 agosto 1916
Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
nessuna croce manca
E’ il mio cuore
il paese più straziato.
Giuseppe Ungaretti
Valloncello dell’Albero Isolato il 27 agosto 1916
Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
nessuna croce manca
E’ il mio cuore
il paese più straziato.
Giuseppe Ungaretti
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venerdì 3 aprile 2009
Voi siete qui (tre) banane globali

“Con una voce dolce, dall'accento indefinibile, spiega che la clandestinità è l'unico modo per conoscere davvero la strada. Altrimenti si legge la cartina. E poi si capisce come si comporta la merce all'interno delle casse. Le farine che marciscono sul fondo delle cisterne, i colpi che fanno sbriciolare i surgelati, i carburanti che vengono diluiti durante il viaggio, quel grado o due di differenza che bastano a far maturare le banane (il semplice contatto con il calore del tuo corpo, ti ingialliscono intorno, e si impara a mettersi lunghi distesi sul carico per avere di che nutrirsi durante la traversata)”.
Philippe Vasset, Il generatore di storie, minimum fax, 2006, pag 56.
mercoledì 1 aprile 2009
Etica del cercare, estetica del trovare (dieci) Diritti e rovesci del narratore

Qualche settimana fa, a Milano, ho incontrato Luca Lissoni che ha scritto una bella storia per bambini dal titolo Leo e la cravatta infinita, pubblicata da EDT/Giralangolo e magistralmente illustrata da Valentina Bucci.
Una storia che mi è piaciuta parecchio perché va dritta al punto, mentre scrivendo è facile perdersi, coprire idee lievi con mattoni su mattoni di parole, soprattutto quando si scrive per i più piccoli. Gliel'ho detto a Luca, e lui ha risposto pressapoco così: "...mi ha salvato il fatto di avere in mente un finale. Uno preciso. Proprio quello, senza scampo. Grazie a quel finale la storia mi è uscita dritta".
Ci siamo salutati ma quella frase ha continuato a girarmi per la testa, quindi ho scritto a Luca chiedendogli conto delle sue affermazioni azzardate.
Ci siamo salutati ma quella frase ha continuato a girarmi per la testa, quindi ho scritto a Luca chiedendogli conto delle sue affermazioni azzardate.
Luca ha risposto parlando di dritti e rovesci, ha fatto bene, per questo lo ringrazio e gli lascio spazio:
Di solito mi viene in mente una cosa di cui vorrei scrivere: un personaggio (nel caso specifico della fiaba di Leo il personaggio di cui volevo scrivere non era Leo, ma il Dottor Millemiglia, cioè il cattivo), una situazione, una scena che vorrei vedere e che nessuno ha ancora raccontato (o almeno, se sì io non lo so), e così inizio.
E mentre scrivo le prime frasi, magari per inquadrare la situazione, per far capire dove vive il personaggio eccetera, mi viene in mente un’altra cosa alla quale prima non pensavo, ma che mi è stata stimolata per analogia da una delle cose che ho scritto. E mi sembra bello seguire quella nuova idea. La seguo e intanto me ne viene in mente un’altra, e seguo anche quella e così via. In questo modo ci si diverte parecchio, e magari si scrive anche una bella storia, ma lunga, complessa, che difficilmente può essere adatta a bambini piccoli.
Quando ho scritto la fiaba di Leo non credo di essere stato più bravo, o più concentrato di altre volte. Si è trattata di una fortunata combinazione: la storia parlava di un oggetto infinito (la cravatta del dottor Millemiglia), quindi era logico che il finale dovesse avere a che fare con il ritrovamento (o il non ritrovamento) della fine di quell’oggetto.
Ragionare fin da subito sul finale è la cosa che di solito non faccio mai e che invece questa volta (un po' per forza) ho dovuto fare, e ho scoperto che è una cosa utile:
E mentre scrivo le prime frasi, magari per inquadrare la situazione, per far capire dove vive il personaggio eccetera, mi viene in mente un’altra cosa alla quale prima non pensavo, ma che mi è stata stimolata per analogia da una delle cose che ho scritto. E mi sembra bello seguire quella nuova idea. La seguo e intanto me ne viene in mente un’altra, e seguo anche quella e così via. In questo modo ci si diverte parecchio, e magari si scrive anche una bella storia, ma lunga, complessa, che difficilmente può essere adatta a bambini piccoli.
Quando ho scritto la fiaba di Leo non credo di essere stato più bravo, o più concentrato di altre volte. Si è trattata di una fortunata combinazione: la storia parlava di un oggetto infinito (la cravatta del dottor Millemiglia), quindi era logico che il finale dovesse avere a che fare con il ritrovamento (o il non ritrovamento) della fine di quell’oggetto.
Ragionare fin da subito sul finale è la cosa che di solito non faccio mai e che invece questa volta (un po' per forza) ho dovuto fare, e ho scoperto che è una cosa utile:
sono stato obbligato a interrogarmi subito su dove sarebbero andate a finire sia la cravatta sia, di conseguenza, la storia.
Il paragone che mi viene in mente (ma devo averlo letto nel libro di un filosofo tedesco) è con una partita di tennis: giocando a tennis, diceva il filosofo, tu corri un sacco, fai tantissimi movimenti e compi migliaia di passi; ma ciò che dà senso a ciascuna serie di passi e di movimenti è il gesto finale con il quale colpisci la palla con la racchetta. Lì si interrompe la serie e ne inizia un’altra, la quale a sua volta è tutta in funzione del gesto finale di colpire una seconda volta la pallina. È l’ultimo gesto (il finale!) a guidare e a dare senso, efficacia, essenzialità a tutti i precedenti. Insomma, mentre inseguo la palla sulla linea di fondo non mi metto a pensare che potrei fare una deviazione verso la rete per verificare se davvero (come mi era parso durante lo scambio precedente) una delle maglie era allentata. Ma se non avessi lo sprone della pallina da ribattere la farei sì, eccome, quella deviazione, perché sono curioso e pure un po’ paranoico su questo genere di inezie.
Quindi quando giochi a tennis compi gesti brevi, essenziali, e quando scrivi una storia della quale sai già come andrà a finire, sei in grado di farla breve e non disperderti. Anzi, la mia esperienza è che ti viene proprio voglia di andare dritto a quel punto. Non ti dico quante sottotrame mi erano venute in mente (dove vanno a finire tutti quelli che vengono scaraventati giù dalla collina dentro la Palla della Vergogna? Chi ha fabbricato la Cravatta infinita?, e così via). Fosse stato per me, quelle strade le avrei seguite tutte, con il risultato che la fiaba di Leo, forse, non sarebbe nemmeno mai uscita. Invece c’era quel finale, la pallina da raggiungere, e mi sono ritrovato ad agire, per così dire “al di sopra delle mie forze”, a fare cose di cui non sono capace.
Anche per questo ti dicevo che adesso rileggo la mia stessa fiaba con un’ammirazione che non ha nulla a che vedere con la mancanza di modestia: è come se fosse ammirazione verso un altro, un tennista col dono della scrittura.
In un film (o in un libro) ho sentito (o letto) questa bellissima risposta alla domanda Ma come ci sei riuscito?: “Semplice, ho pensato a uno molto più in gamba di me e mi sono chiesto che cosa avrebbe fatto lui”.
Luca Lissoni
Il paragone che mi viene in mente (ma devo averlo letto nel libro di un filosofo tedesco) è con una partita di tennis: giocando a tennis, diceva il filosofo, tu corri un sacco, fai tantissimi movimenti e compi migliaia di passi; ma ciò che dà senso a ciascuna serie di passi e di movimenti è il gesto finale con il quale colpisci la palla con la racchetta. Lì si interrompe la serie e ne inizia un’altra, la quale a sua volta è tutta in funzione del gesto finale di colpire una seconda volta la pallina. È l’ultimo gesto (il finale!) a guidare e a dare senso, efficacia, essenzialità a tutti i precedenti. Insomma, mentre inseguo la palla sulla linea di fondo non mi metto a pensare che potrei fare una deviazione verso la rete per verificare se davvero (come mi era parso durante lo scambio precedente) una delle maglie era allentata. Ma se non avessi lo sprone della pallina da ribattere la farei sì, eccome, quella deviazione, perché sono curioso e pure un po’ paranoico su questo genere di inezie.
Quindi quando giochi a tennis compi gesti brevi, essenziali, e quando scrivi una storia della quale sai già come andrà a finire, sei in grado di farla breve e non disperderti. Anzi, la mia esperienza è che ti viene proprio voglia di andare dritto a quel punto. Non ti dico quante sottotrame mi erano venute in mente (dove vanno a finire tutti quelli che vengono scaraventati giù dalla collina dentro la Palla della Vergogna? Chi ha fabbricato la Cravatta infinita?, e così via). Fosse stato per me, quelle strade le avrei seguite tutte, con il risultato che la fiaba di Leo, forse, non sarebbe nemmeno mai uscita. Invece c’era quel finale, la pallina da raggiungere, e mi sono ritrovato ad agire, per così dire “al di sopra delle mie forze”, a fare cose di cui non sono capace.
Anche per questo ti dicevo che adesso rileggo la mia stessa fiaba con un’ammirazione che non ha nulla a che vedere con la mancanza di modestia: è come se fosse ammirazione verso un altro, un tennista col dono della scrittura.
In un film (o in un libro) ho sentito (o letto) questa bellissima risposta alla domanda Ma come ci sei riuscito?: “Semplice, ho pensato a uno molto più in gamba di me e mi sono chiesto che cosa avrebbe fatto lui”.
Luca Lissoni
giovedì 26 marzo 2009
Aristogatti
venerdì 20 marzo 2009
Dietro la televisione
Attaccato con lo scocc nella sala d'aspetto di un grande studio televisivo dove, da anni, si riprende una celebre serie fiction.
Comparse, per agevolare il reparto costumi e regia si ricorda di rispettare l’ordine!!!
- portare sempre 3 cambi
- evitare il: bianco, nero, maculato.
- No jeans! No gonne jeans!
- Non righe fitte, non quadrettato.
lunedì 16 marzo 2009
Esercenti e suonatori

"...siam poi noi musicisti
un po' beoni, un poco artisti
compagnoni e nati tristi
sempre afflitti dal danaro
perchè la roba costa caro
ma l'arte è cosa sacra e seria da salvar
per cento sacchi alla serata
facciamo una vita sregolata
ma il grande mito ci ha fregato
che sei un eroe se sei suonato
e per ultima la strofa più dolente
quella ahimè sull'esercente
dietro il banco o nell'ufficio
intellettuale o ben vestito
lui guadagna sempre poco
tasse iva e forniture
mamma mia quante paure
con gli incassi son dolori
per pagare i suonatori
per pagare i suonatori
chimay, bacardi jamaican rhum
white lady, beck's bier, tequila bum bum
dry gin, charrington, four roses bourbon..."
"All'una e trentacinque circa" Copyright 2007 Vinicio Capossela da Official Site http://www.viniciocapossela.it
giovedì 12 marzo 2009
Il deserto dei tartari
I genitori, i padri, accompagnano i figli, danno loro quello che possono e che capiscono, quello che ritengono importante per aiutarli a crescere e a vivere una vita dignitosa.
Se ne hanno danno proprietà, ricchezze e potere; chi ha di meno cerca di dare ai figli la possibilità di istruirsi. Tutti cercano di dare ai figli una visione del mondo, anche se - come tutti - l'hanno capito più o meno. Tutti mettono in guardia i figli dalla cattiveria e l'insensatezza del mondo, ognuno alla sua maniera. Ma nessuno può preservarli del tutto, neanche rendendoli dei piccoli rambo esperti a maneggiare le armi, dei soldatini che difendono il bunker: la casa, il giardino. Può accadere che questi scoprano che ci sia ben poco da difendere, che le cose preziose siano da qualche altra parte, che la casa e il giardino siano solo una parte infinitesima del mondo. E' uno dei passaggi stretti dell'adolescenza, per alleviarlo aiutano amici, fidanzate e fidanzati, libri, passioni. Passare la vita a difendere il nulla - come insegna papà - è cosa per gente adulta, convinta, non di un adolescente timido che ha imparato a sparare.
venerdì 6 marzo 2009
Abisso
lunedì 2 marzo 2009
Haiku (due o tre)
mercoledì 18 febbraio 2009
Cosa sappiamo della guerra (quattro) Scarpe.

"Quando c’è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo luogo alla roba da mangiare; e non viceversa, come ritiene il volgo: perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovare da mangiare, mentre non vale l’inverso.
Ma la guerra è finita – obiettai: e la pensavo finita, come in quei mesi di tregua, in un senso molto più universale di quanto si osi pensare oggi.– Guerra è sempre – rispose memorabilmente Mordo Nahum"
Primo Levi, La tregua, Einaudi.
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sabato 14 febbraio 2009
sabato 7 febbraio 2009
Etica del cercare, estetica del trovare (nove) linee e curve

"I moti della natura vogliono essere circolari; rettilinei quelli dell'arte. Il naturale è rotondo, l'artificiale tutto angoli. (...)
La bellezza è natura perfetta; la circolarità ne è il principale attributo. Osservate la luna piena, l'aurea palla incantatrice, le cupole degli splendidi templi, la tonda focaccia di sorbe, l'anello nuziale, la pista del circo, e il tondo scorrere dei prosit.
Le linee rette provano invece che la natura è stata sviata. Immaginatevi un po' Venere col seno piatto!
Quando cominciammo a muoverci lungo linee rette e far svolte ad angolo, la nostra natura cominciò a maturare.
(...) Fulmineamente si perde la natura in una grande città. La causa è geometrica, non morale. La linea retta delle strade, delle costruzioni, le leggi, le usanze angolari, i marciapiedi rettilinei, le regole implacabili, dure, deprimenti che ne regolano la condotta, anche gli svaghi e gli sport, tutto ciò è gelida sfida e irrisolvibile della curvilinea natura."
O. Henry, La quadratura del cerchio, in Memorie di un cane giallo e altri racconti, Adelphi, 1980.
Resta il fatto che apprezziamo le curve e dei cerchi perché conosciamo angoli e rette, che l'arte insegue il naturale attraverso l'artificiale, tele, pennelli, scalpelli, otturatori... un romanzo può stregarci, raccontare storie più vere e emozionanti del vero pur essendo un oggetto rettangolare, di carta tagliata con precisione in un determinato formato, ornata di fitte righe di inchiostro nero. E' scrivendo che dobbiamo ricordarci che il bello è rotondo, e provare a scriverlo nel rettangolo del monitor.
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